| Intervista
a Johan Dhaese su Expression Primitive
Appunti sul mio block notes: sensazioni, viaggi,
emozioni, esperienze, interviste. Uno spazio per dire la mia sulla
danza e sul mondo che mi circonda. Qualche settimana fa ho partecipato
a Genova al nuovo seminario di Johan Dhaese, che seguo ormai da
diversi anni: è un danzaterapeuta e punto di riferimento
europeo dell’Expression Primitive. Alla fine di due giorni
splendidi su “Il Sogno in Expression Primitive” gli
ho rivolto alcune domande sul suo lavoro e la sua vita. È
stata una conversazione molto interessante…
Johan, come hai iniziato
a lavorare sul corpo?
“Fin da bambino la danza è stata sempre presente nella
mia casa, quando i miei fratelli e sorelle maggiori hanno iniziato
a imparare delle danze io ho iniziato ad imitarli. In seguito ho
conosciuto la danza popolare che mi è molto piaciuta, fino
a che non ho trovato una danzatrice fiamminga che proponeva un lavoro
ritmico partendo dalla danza africana, e che lei aveva modificato
trovando un suo stile personale. Da lei ho imparato tanto. Ho studiato
dieci anni, ma avevo voglia di sapere di più. In Olanda ho
trovato la danzaterapia, ma non mi è piaciuta perché
proponeva la danza classica che io non ho avevo mai studiato”.
Come hai conosciuto l’Expression
Primitive?
“Partecipando ad un convegno a Bruxelles, ho conosciuto France
Schott Billmann ed ho subito sentito che il lavoro con l’Expression
Primitive da lei proposto era proprio giusto per me. Mi ricordo
che nel suo workshop ha proposto gesti e movimenti per scaricare
le tensioni della mattina, ho sentito quanto questo mi facesse bene.
Ora conosco quasi tutti i gesti che lei ha proposto, gesti che già
erano dentro di me”.
Da quanti anni lavori
con l’Expression Primitive?
“Ho iniziato la formazione all’inizio del 1990 e l’ho
terminata nel 1993. Già durante la formazione ho comnciato
a sperimentare con un gruppo di amici e da allora non ho più
smesso”.
C’è qualcosa
in particolare che in tutti questi anni hai imparato grazie al lavoro
sul corpo e la relazione?
“Ho fatto un grande percorso. Lavorando in un istituto per
persone con handicap fisico e mentale ho iniziato a cercare nuovi
modi per poter entrare in una comunicazione non verbale con queste
persone, che non hanno capacità simboliche e a volte anche
un uso della parola molto limitato. In questo caso la danzaterapia
mi ha molto aiutato. Ma questo tipo di esperienza non mi bastava,
avevo anche bisogno di un gruppo di adulti con il quale condividere
il grande desiderio che avevo di creare delle cose e fare spettacoli.
Grazie alla danzaterapia ha davvero sentito che non c’è
differenza. Sia che siamo limitati a livello fisico o mentale sia
che siamo artisti la persona è la stessa e questo mi è
piaciuto tanto”.
Sei così agile
nel movimento… ma quanti anni hai? E da quando vieni in Italia?
“Ho 56 anni e vengo in Italia da almeno 8 anni”.
Hai mai scritto un libro
o pensi di farlo?
“Il mio percorso è iniziato con il desiderio di danzare
e creare. Inizialmente non volevo neanche fare una formazione. Poi,
poco a poco, ci sono entrato e quando ho avuto più esperienza
ho avuto il desiderio di trasmetterla tramite workshop in cui poter
parlare delle cose. L’ultimo pezzo, che è lo scrivere,
comincia a prendere forma perché ho già cominciato
a scrivere alcuni articoli. Il mio percorso è sempre fare
per poi trovare le parole che posso scrivere. Il mio percorso è
opposto rispetto a chi ha una teoria che poi mette in pratica. Spero
comunque di scrivere presto un libro”.
Oggi viviamo sempre più
circondati dagli schermi e da una tecnologia che immobilizza il
corpo e impoverisce le relazioni. Quale può essere il ruolo
della danzaterapia e dell’Expression Primitive nel ridurre
i rischi di videodipendenza?
“Secondo me è molto importante ritrovare una parte
che stiamo perdendo. Siamo in continua evoluzione: veniamo da un
forte senso gruppale e abbiamo fatto un percorso per diventare più
individui. Penso che ora dobbiamo andare fino in fondo, forse per
diventare ancora peggio, ma arrivare poi a ritrovare il gruppo non
come era prima ma nel rispetto delle individualità. Questo
è il tempo di dare possibilità all’individuo
di avere il suo spazio, ma ricreando un legame, una comunicazione
con gli altri. Non bisogna perdere l’individualità
perché c’è un leader che dice come fare, ma
bisogna avere un nuovo legame: essere individuo in un gruppo. Penso
che la danza sia veramente questo: una forma di comunicazione. Ognuno
danza a proprio modo: c’è libertà e c’è
qualcosa che ti invita a comunicare. Ritrovare gli altri è
importante, ma in qualità di danzaterapeuti dobbiamo cercare
il come. In questo momento in cui c’è incontro tra
le varie culture bisogna trovare l’altro. E non solo la persona
esterna”.
A proposito di interculturalità:
oggi con internet si può arrivare dovunque, comunicando con
persone all’altro capo del mondo. È davvero un vantaggio?
L’altro diventa qualcosa di astratto che non si vede, non
si tocca, non si sente più e inoltre la persona può
mostrarsi diversa da come è, dando di sé una descrizione
diversa da quella reale. Forse la descrizione di come vorrebbe essere.
Il nostro compito è anche lavorare su questo”.
Come sai mi occupo da
qualche tempo della problematica della videodipendenza: c’è
un consiglio che potresti darmi per utilizzare l’esperienza
dell’Expression Primitive in modo adeguato?
“Chi ha problemi di videodipendenza ha un proprio mondo: il
compito del danzaterapeuta è andare e vedere come è
questo mondo. Bisogna andare a cercare queste persone lì
dove sono, e vedere se c’è un bisogno per avere un’evoluzione.
Quando abbiamo trovato un punto di contatto, di comprensione, questo
può essere il punto di partenza per andare più avanti,
senza però volere cambiare il loro mondo. Nel loro mondo
c’è qualcosa che ha valore e allora dobbiamo fare attenzione
a non toglierlo, ma andare a cercarlo e ampliarlo, utilizzarlo”.
Mi fai un in bocca al
lupo?
“Certamente!!”
Finita l’intervista Johan ha voluto
aggiungere questa concetto per lui molto importante nella sua evoluzione
personale……
“Quando ero insegnante e lavoravo con
i bambini, tutto andava molto bene, ma c’era qualcosa che
mi mancava. Molte risposte le ho trovate nell’antroposofia.
Ho iniziato a fare una formazione che per me era una grande fonte
di nutrimento. Mi hanno insegnato ad ascoltare in modo critico,
non accettare tutto passivamente, ma riflettere sempre. Ho fatto
due anni di formazione e poi ho insegnato anche in una scuola staineriana.
In seguito ho lasciato tutto per approfondire la danza, ma questa
esperienza è dentro di me e fa parte di quel vissuto da cui
parte sempre il mio lavoro che poi prende forma pian piano. E’
un’esperienza che mi è molto servita, ma ad un certo
punto era diventata troppo chiusa, e non potrei tornarvi. La frase
che mi ha colpito di più in questo percorso e che mi è
stata detta da un insegnante è stata: ‘E’ tempo
che diventi un essere umano mondiale’. Io venivo da un piccolo
paese: è stato proprio quando ho incontrato l’Expression
Primitive che sono andato a vedere il mondo intero. Ho bisogno anche
di tornare a casa, ma poi voglio continuare a viaggiare e ogni volta
ritrovo, al di là delle diverse culture, quell’essere
umano mondiale”.
www.andha.be
Nicla Jane Giorgi
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